La casa





Immaginando la casa si sono definiti gli elementi costitutivi e primigeni del linguaggio architettonico a partire, da un lato dalla metafora della “capanna primitiva” descritta da Antoine Laugier nel suo celebre “Essai sur l’architecture”, 1753, dall’altro secondo la metafora tessile della struttura rivestita di Gottfried Semper diffusamente trattata nei volumi de “Lo Stile”, 1851, ovvero del principio del rivestimento in architettura. Infatti “Bekleidung” il termine tedesco, che potremmo tradurre sia come ricoprimento del corpo umano attraverso vestiti, che ornamento di pareti e edifici tramite rivestimenti, indica un’origine comune, in ultima analisi, tra l’arte tessile del rivestire e la nascita della parete come elemento architettonico. Laugier e Semper rappresentano, il primo, il tema tettonico, la costruzione, il secondo quello sensoriale. Potremmo dire che le forme che meglio rappresentano l’abitare possono essere riconducibili da un lato alla cultura mediterranea, la casa a patio, stereometrica, in muratura, bianca o colorata, con il tetto spesso piano, piccole aperture dalle quali entra la luce filtrata dalle gelosie, dotata di portico o loggia con al suo interno stanze alternate, nei casi più complessi, a piccoli spazi aperti, e la casa propria della cultura anglosassone, costruita a partire da un telaio prima ligneo, poi in ferro, caratterizzata dalle ampie aperture vetrate, dall’articolazione della pianta tutta rivolta a precisare tipologicamente la relazione tra i modi di abitare gli spazi domestici e le forme e la dimensione che li caratterizzano. La prima, per ovvie ragioni, presuppone un rapporto intenso con la luce e l’ombra ed è pensata per essere vissuta anche all’esterno, la seconda ricerca con attenzione la luce che entra nella stanza attraverso ampie vetrate e bow window. Hermann Muthesius, architetto tedesco che visse per qualche tempo a Londra, ebbe l’occasione di compiere un'accurata analisi della casa inglese del secondo Ottocento, da Philip Webb a Charles Rennie Mackintosh, pubblicando un fortunato libro “Das englishe Haus”, 1904, con ampio apparato iconografico di foto e disegni, facendo conoscere così l’esperienza inglese al di là della manica. Adolf Loos coniuga per primo, nelle sue piccole case viennesi, l’idea propria della tradizione mediterranea con quell’anglosassone, costruendo una mirabile sintesi tra il volume esterno, un cubo bianco con il tetto piano a volte descritto dalla presenza di logge e terrazze, (mediterraneo) e l’interno, un complesso intreccio di spazi dal diverso carattere rivestiti da legni e marmi pregiati, (anglosassone). I due temi sono descritti contemporaneamente nelle case lossiane, da villa Moller, Vienna 1928 a villa Muller, Praga 1930, dall’invenzione compositiva del raumplan. Un complesso intreccio spaziale, gerarchicamente definito attraverso da un sistema di percorsi che scorrono attraverso le stanze come le pagine di un romanzo. Le Corbusier costruisce nel 1929 villa Savoie, manifesto del razionalismo, dalla pianta libera, sollevata dal suolo con una serie di pilotis. E’ famosa per la “promenade architectural” che traduce il lossiano principio narrativo del raumplan, con un percorso che sale con una morbida rampa dal piano terra fino al tetto giardino. Mies van der Rohe, a Brno, nel 1930, realizza casa Tugendhat. Un volume stereometrico, costruito su un declivio e appoggiato al suolo da un solido basamento in pietra. Immagina una casa, aperta verso il paesaggio da un’ampia vetrata che scorre per intero verso il basso, dentro il basamento, immersa nel verde, in contatto, non solo metaforicamente, con la natura. Tra gli esempi mirabili di questo periodo la metafisica casa a Capri di Curzio Malaparte. Arroccata su uno scoglio guarda da una terrazza l’orizzonte blu cobalto del mare e sembra ricercare in questa prospettiva la via per il “ritorno ad Itaca”.